Viticultura nelle piccole isole – Tenuta di Castellaro – Lipari

Mi è capitato quasi per caso di assaggiare il Bianco Pomice 2010 della Tenuta di Castellaro rimanendone affascinato e colpito, soprattutto perché la prima volta che lo avevo assaggiato non mi aveva emozionato più di tanto. La Tenuta di Castellaro è una piccola azienda con otto ettari di vigneto, Immagineal momento in conversione al biologico, che presto diverranno dodici, di proprietà di Massimo Lentsch un imprenditore bergamasco che ha fatto di Lipari la sua seconda patria. Immagine  Massimo dopo una vacanza sull’isola, colpito dalla bellezza del territorio, ma anche da un paio di vecchi vigneti che aveva avuto occasione di vedere, ha deciso di tentare di far rinascere la viticoltura sull’isola. Paradossalmente infatti, a Lipari, la più grande delle Eolie, la viticoltura nonostante che sino agli anni sessanta fosse molto praticata, negli ultimi decenni è stata quasi totalmente abbandonata.  A seguire l’azienda sin dai primi passi  è stato Salvo Foti, agronomo ed enologo, che di terreni vulcanici e viticoltura eroica se ne intende. Individuati i terreni adatti per la produzione di vini secchi, in località Quattropani a quasi 400 metri d’altitudine, Salvo ha cominciato a girare per l’isola alla ricerca di antichi vigneti ancora in uso sull’isola per trovare dei cloni originali di Malvasia e Corinto.  A suo dire, infatti, nella vicina Salina, dove la viticoltura invece è molto praticata, di materiale genetico originale ne esiste ben poco perché molti vigneti sono stati impiantati di recente con barbatelle provenienti da altre zone. La ricerca non è stata vana, in località La Fossa ad esempio ha trovato diversi vigneti a Corinto, ma anche molti vigneti ad alberello di Malvasia.  Immagine   Selezionati i cloni migliori si è cominciato ad impiantarli, ad alberello ovviamente, circa 9.000 piante per ettaro. Insieme alla Malvasia, Salvo Foti ha voluto impiantare anche del Carricante, da lui selezionato sull’Etna, che oltre ad adattarsi bene sui terreni vulcanici, in blend con la Malvasia ne accentua l’acidità riducendo nel complesso il grado alcolico. Anche la cantina, che sta per essere completata è stata pensata in funzione eco sostenibile, è tutta interrata, la bottaia è concepita come una grotta naturale, mentre sarà una torre del vento a tenere bottaia e magazzino di affinamento a temperatura costante in modo naturale. Un progetto tanto all’avanguardia quanto bello così da aver meritato l’esposizione all’ultima Biennale di Architettura a Venezia. Il Bianco Pomice non subisce chiarifica, la Malvasia viene vinificata in acciaio mentre per il carricante vengo usati piccoli carati di rovere usati almeno due volte prima. Il millesimo 2010 si fa notare per un profilo olfattivo di raro equilibrio tra i profumi varietali della malvasia e del carricante e una mineralità quasi sulfurea probabilmente dettata dal terroir. Dopo qualche minuto nel bicchiere ai sentori intensi di frutta esotica e fiori gialli si uniscono note iodate e vegetali, quasi balsamiche, in bocca ha ciccia, volume, una bella spalla acida esaltata da una sapidità quasi marina mentre il frutto mantiene sempre pieno senza sbavature di sorta. Finale fresco e persistente sottolineato dalla stessa nota sapida che ne segna l’approccio al palato.    Immagine  Un solo consiglio, se ve ne capitasse una bottiglia apritelo con un po di anticipo, magari versatelo qualche minuto prima anche nei bicchieri, è un vino che viene fuori magnificamente alla distanza.

ps: le foto sono tratte dal sito della Tenuta di Castellaro

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Informazioni su Massimo Lanza

Scrivo di Vino e Cibo
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