Words from the Lighthouse

Il disciplinare della DOC Faro risale al 1976 e prevede l’uso di uve nerello mascalese da un minimo del 45 al 60% di nerello cappuccio dal 15 al 30% di nocera dal 5 al 10% , possono altresì essere utilizzate singolarmente o insieme sino ad un massimo di un 15% di calabrese, mantonico e sangiovese. Per calabrese ovviamente si intende nero d’avola, mentre per mantonico dovrebbe intendersi mantonico nero che all’epoca spesso veniva scambiato con il gaglioppo. Prima di essere messo in vendita, continua il disciplinare il Faro DOC deve invecchiare almeno un anno. Le uve devono essere prodotte e vinificate nel comune di Messina. Il disciplinare di fatto non fa altro che fotografare il modo con cui i contadini messinesi hanno prodotto per secoli quel vino che adesso prende la denominazione di Faro. Perchè Faro è relativamente semplice l’omonima frazione sulla riviera tirrenica a pochi chilometri dal centro di Messina da sempre è considerata dai messinesi un’ottima zona di produzione di vini rossi e bianchi. Anch’io ricordo che quando un ristoratore voleva segnalare la presenza di un buon vino sfuso nel suo locale diceva ai clienti che quel vino “iè ddu Faru” ovvero proviene da Faro. Se è vero che il riconoscimento della DOC è relativamente recente è altresì documentato che il vino prodotto sulle colline messinesi era conosciuto sin dal tempo della colonizzazione greca della Sicilia. Strabone nella sua Geografia così ne parla “Quunque feraissimus vini ager ipse sit, vinum ipsum no quidem Messinium, sed Mamertinu nuncupant, quod contra Italica cuncta, e quidem praestissima aemulatione certet” In pratica, osserva Strabone, nonostante il vino sia prodotto nel fertilissimo territorio di Messina, non è chiamato Messineo ma Mamertino (da Marte) poiché lotta per bontà con tutti gli altri vini italici! Plinio invece, in quella che per alcuni versi possiamo considerare la prima guida dei vini della storia, classifica il vino messinese tra i migliori aggiungendo che è ottimo per i banchetti. Mario Pace, in una sua opera sulla Sicilia del 1631, citando Plinio così lo traduceva “Io penso che si debba scrivere Italinum, e che quello nome sia stato posto a quel vino dal paese, oue nascea, e sino ai giorni nostri in quella contrada vi è una terra detta Itala”. Andando avanti nel tempo, nel 1658 il Reina nel suo “delle notizie istoriche della città di Messina” parlando del vino messinese riprende Ateneo, ancora Plinio, Marziale e aggiunge testualmente “Dalle parole di Ateneo, e pur di Plinio si può ritrarre, che il luogo particolare doue nasceua questo vino, fosse il territorio dell’Itala, ch’è una delle terre poste nel Distretto di Messina. Massimamente che anche oggidì ritengono i vini di quel contorno fra tutti gli altri della Sicilia di lodeuolissimo pregio”. Non è una coincidenza se le vigne dove adesso si produce il Palari siano proprio nelle strette vicinanze dell’attuale Itala. Molto interessante anche quello che nel 1660 scriveva Don Carlo Gregori segretario dell’Accademia della Fucina nella sua opera “L’eternità delle confessioni felici” narra il nostro Don Carlo che un giorno di primavera di quell’anno i Senatori di Messina insieme al vescovo di Patti, partendo dal porto si recarono in barca presso il villaggio di Faro, dove li aspettava un lauto pranzo. Ecco le parole del Gregori quando le barche arrivarono in prossimità di quella che allora come ora era la spiaggia di Faro “hor più da vicino, le vaghe scene che apriua la Sicilia di amenissime valli, diuisquate, quasi a nobil mosaico, di habitazioni e di giardini; e stese fra theatri di colli coronati di ordinati boschetti di verdi pini e delle apriche e pregiate vigne del messinese” . E ancora qualche secolo dopo il barone Placido Arena-Primo nella sua “Storia civile di Messina” datata 1831 “in questo spazio posa guardo piacevolmente sulla via militare, che marca dodici miglia di distanza dalla lanterna del Faro a quella di Messina. Questa è la celebre via Pompea … percorrendo questa parte di lido l’occhio contempla le ridenti colline; e tuttoché sabbiose, l’arte vi giunge a farle fruttificare, e producono quella squisitezza di vini che provvedono le laute mense del Tamigi e che tanto celebrati sono dal cantor Venosino”. Quindi come abbiamo visto i vini messinesi, quelli che adesso chiamiamo Faro, erano conosciuti sin da tempi molto remoti, ma bisogna anche dire che del Faro dal dopoguerra agli anni Novanta se ne era quasi persa la memoria. Nel 1991 Giuseppe Coria nella sua Guida ai Vini di Sicilia a proposito della Faro DOC affermava che la produzione era limitatissima e praticata solo da un paio di coraggiosi. Era in quel periodo sparita una cantina storica come Spinasanta,

Faro Spinasanta

Faro Spinasanta

se buttate un occhio in rete potrete constatare come di questo produttore ci siano in vendita diverse bottiglie anche di settanta e più anni, resisteva stoicamente un’altra cantina l’Azienda Agricola Bagni, produceva inoltre un Faro DOC  l’Istituto Agrario di San Placido Calonerò anche se non lo commercializzava. A mia memoria al tempo a parte Madaudo e Mimmo Paone, ma su questi due produttori potrei fare confusione con le date, non esistevano altri imbottigliatori di Faro. E’ in quegli anni che in maniera praticamente clandestina comincia la sua avventura nel mondo del vino Salvatore Geraci, architetto, esponente di spicco del Partito Liberale, gourmet appassionato e grande esperto di vini. La storia è semplice Geraci è amico del grande Gino Veronelli, quando questi capita a Messina per uno dei suoi giri, Salvatore gli sottopone il vino che suo padre da sempre produceva nelle vigne di famiglia. Veronelli incuriosito e colpito da quel vino chiede di vedere i vigneti, fulminato dalla bellezza del posto,

un vigneto del Faro Palari

un vigneto del Faro Palari

ma soprattutto da quelle antiche piante ad alberello, vecchie anche di cinquant’anni intuendone le potenzialità e saputo che la DOC rischiava la scomparsa, sollecita l’amico architetto a darsi da fare per salvarla. Lui dal canto suo gli da subito una mano, presentandogli Donato Lanati valente enologo piemontese che abbraccia da subito il progetto. Per cinque anni Salvatore produce e imbottiglia il suo vino, ma non lo commercializza seppur incoraggiato dai tanti amici a cui lo ha fatto provare. Poi finalmente nel 1995 si decide al grande passo e affronta il mercato per la prima volta. Il resto è storia possiamo dire recente, col 1996 conquista per la prima volta i Tre Bicchieri del Gambero Rosso, bissandoli col 1998 e poi col 2000 per non abbandonarli più sino ad oggi. Con i Tre Bicchieri arrivano anche tanti altri premi come i Cinque Grappoli e tante, tantissime altre recensioni positive, ma soprattutto è il mercato a rispondere benissimo. Il Faro Palari diventa un successo e va presto in esaurimento tanto che non è rado incontrare l’architetto in qualche enoteca intento a cercare vecchie annate del suo vino. Ma successo personale a parte, sicuramente meritato, solo solo per la tenacia con cui ha portato avanti il suo progetto iniziale, a Salvatore Geraci va attribuito il grande merito di aver davvero salvato la DOC Faro dall’estinzione certa. Ne abbiamo spesso parlato con lui in questi anni, Salvatore non lo nasconde certo, come abbiamo detto prima il progetto iniziale era si quello di fare un grande vino a denominazione Faro, ci mancherebbe, ma con la speranza di fare da traino ad altri che avessero deciso di cimentarsi nell’impresa. L’esempio era quello di Carlo Hauner nelle vicine Eolie che era riuscito a far conoscere al mondo la Malvasia delle Eolie contribuendo in modo determinante alla salvezza di un vino di alto lignaggio, sconosciuto ai più e rimasto praticamente senza più produttori. Quando Turi Geraci si mise in testa di produrre un grande vino era conscio che l’aggettivo potesse riguardare solo la qualità, non vi erano all’epoca e non ci sono neanche adesso le condizioni per avviare una grossa produzione di FARO Doc, poche le vigne rimaste, quelle attualmente iscritte alla DOC sono poco più di 20 ettari, proprietà troppo parcellizzate per sperare di poter arrivare a grandi superfici vitate, insomma la certezza per chi produce Faro che il ritorno economico non sarà mai grande. Chi lo conosce bene lo sente spesso ripetere sorridendo a proposito della sua azienda “per fortuna faccio l’architetto per vivere”. La filosofia aziendale anche adesso dopo il successo è rimasta la stessa, poche bottiglie frutto di una severissima selezione di cantina, con il vino che non diventa Palari si fa, alla francese, un secondo vino imbottigliato però come IGT. Ad occuparsi insieme a Salvatore della cantina è suo fratello Giampiero, che a tempo pieno si occupa dei vigneti e di tutto il resto. Ma la cosa più bella del successo del Palari è quella di aver messo in movimento un circolo virtuoso che ha messo al sicuro almeno per il momento la DOC Faro. Adesso infatti sono una decina i produttori che in questi anni hanno cominciato a produrre Faro e tra essi tanti giovani. Si è creato il consorzio, http://www.consorziovinofaro.it/ la strada del vino, http://www.stradadelvinomessina.it insomma ci sono tutti i presupposti perché le cose vadano per il verso giusto. Insieme a Geraci adesso ci sono diversi altri produttori che hanno cominciato a farsi notare, in testa Giovanni Scarfone che con il suo Faro Bonavita 2008 è stato quest’anno insignito dell’Eccellenza dalla Guida dei vini dell’Espresso. Promette bene anche Enza La Fauci che con il suo Faro Oblì 2008 ha raggiunto un buon livello di affidabilità. Non ho provato di recente il Faro della tenuta Vigna Sara di Francesco Caruso ma anche loro hanno lavorato bene a giudicare dalle annate precedenti, da tenere d’occhio anche Giuseppe Scarcella Perino che produce anche lui un Faro di buon livello nella sua piccola azienda in riva al mare. Probabilmente ho dimenticato qualcuno ma per l’elenco completo dei produttori basta consultare il sito.

Il vigneto del Faro Bonavita

Il vigneto del Faro Bonavita

Certo cantare vittoria adesso probabilmente è troppo presto, in quest’ultimo decennio almeno un paio di produttori dopo essersi confrontati con il mercato hanno abbandonato l’impresa ma il numero e la qualità dei prodotti di quelli rimasti possono ben donde considerarsi uno zoccolo duro da cui ripartire, tenendo però ben conto degli errori fatti dagli altri nel passato. Ho sempre sostenuto, e ne sono assolutamente convinto che se un produttore dopo ormai 20 vendemmie e tanti riconoscimenti, riesce a vendere il suo vino che ha un brand e una fama consolidati ad un certo prezzo, non è detto che il mercato sia disposto ad accettare un prodotto della stessa DOC ad analogo prezzo, a prescindere dalla qualità dello stesso. Non siamo in presenza di una denominazione forte e conosciuta ai più, ne innanzi ad un fenomeno mediatico, seppur supportato da validissime ragioni, come l’Etna degli ultimi anni. Proprio in queste ore ho appreso che presto un altro produttore si affaccerà sulle sponde dello Stretto, ho visto le vigne, sono davvero molto belle, non vedo l’ora di parlarvene con un bicchiere in mano colmo di Faro proveniente da li. Ecco quanto ho appuntato sul mio taccuino sull’ultima annata di Faro Doc appena uscita sul mercato.

Bonavita Faro Doc 2008 rubino carico, unghia granato, al naso si esprime con un bel bel frutto maturo che ricorda il ribes e l’amarena, speziato, appena balsamico, ha eleganza, in bocca è morbido, di facile approccio, buona persistenza, il tannino è fitto e levigato, chiude in buona sintonia con quanto espresso prima.

Tenuta Enza La Fauci Oblì Faro Doc 2008 rubino carico riflessi granato, al naso marca una buona eleganza, ad emergere per prima è la mineralità, poi si fa avanti il frutto pieno, maturo, che ben ritorna al palato spesso e succoso, buono il finale all’insegna del frutto.

Enza La Fauci

Enza La Fauci

Palari Faro doc 2008 granato molto carico, assai profondo ed articolato, noce moscata, cardamomo, poi minerale, elegantissimo, proporzioni mirabili, balsamico, ampio, in bocca è autorevole e setoso, lunghissimo.

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Informazioni su Massimo Lanza

Scrivo di Vino e Cibo
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2 risposte a Words from the Lighthouse

  1. Post bellissimo e di grande utilità! Ti aspetto live on twitter appena organizzeremo #ascuoladisud 2° puntata con protagonista il Faro di 4/5 produttori.
    Grazie per il contributo…

  2. Pingback: Words from the Lighthouse (via massimolanza) Storia della DOC Faro | DM 's Blog

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