Ritratti: Nino Barraco

Non mi appassiona il dibattito sui vini naturali, biologici o biodinamici che siano. Credo che un vino per piacermi debba essere buono e possibilmente regalarmi emozioni, a prescindere dal metodo di produzione. Non mi convincono coloro che sostengono che a queste tipologie di vini possono essere perdonati dei difetti in nome della ritrovata tradizione. Non mi convincono per un semplice motivo ci sono tanti produttori in Italia e all’estero che pur attenendosi rigorosamente a quei principi producono costantemente dei vini di eccezionale qualità. Posso semmai essere disponibile, a parità di emozioni percepite, considerare un valore aggiunto il metodo di produzione usato. Mi sembra corretto tener conto delle oggettive maggior difficoltà che ha il produttore di vini di siffatta natura rispetto a chi produce con metodi convenzionali mettendolo ben in evidenza quando si descrive il vino. Anche in Sicilia ci sono cantine che producono i loro vini rispettando rigorosamente i protocolli imposti da questo tipo di lavorazione, con risultati abbastanza lusinghieri devo dire. Penso tra gli altri ad Arianna Occhipinti, a Marco Sferlazzo di Porta del Vento, ai fratelli Guccione a Nino Barraco.

Nino Barraco

Nino Barraco nel suo vigneto di Catarratto

Ho incontrato di recente quest’ultimo, con cui abbiamo a lungo discusso di vino davanti alle sue bottiglie, trovandoci spesso in sintonia. Nino è giovane, appassionato come chi arriva al vino non per forza ma per scelta, per naturale vocazione. Laureato in Scienze Politiche è diventato produttore di vino quasi per caso quando ha cominciato ad aiutare i genitori nella conduzione di un piccolo vigneto appartenente da sempre alla sua famiglia. Ha cominciato facendosi affidare dai suoi piccoli lotti di uva e vinificandoli a modo uso, presto si è reso conto che il vino che ne veniva fuori era diverso, più buono, rispetto a quello vinificato tradizionalmente dai suoi genitori, è questa la molla che fa scattare la passione. Gira, si informa, visita cantine, studia e decide per le sue microvinificazioni di non usare più il legno, l’idea è quella di cogliere meglio l’essenza del frutto. In un paio di anni si è fatto un’idea precisa e come continua ancora oggi a ripetere il suo modello diventa la Francia dei piccoli produttori. In vigna comincia a non usare più diserbanti ne altri prodotti chimici per tener vivo l’ecosistema del vigneto. A questo punto si sente pronto per avviare una produzione tutta sua e comincia ad imbottigliare finalmente il suo vino, un vino come piace a lui, che in qualche modo rifletta il suo carattere, non va certo alla ricerca del vino perfetto, ma di un vino che racconti qualcosa. Comincia a guardarsi intorno, in un territorio, la provincia di Trapani, dove i vigneti non mancano di certo, alla ricerca di piccoli vigneti di uve autoctone

il vigneto di Grillo di Nino Barraco

il vigneto di Grillo di Nino Barraco

che abbiano una certa età individuandone un paio. Dal 1999 al 2004 imbottiglia senza commercializzare anche per avere un minimo test sulla longevità dei suoi vini. Finalmente è pronto adesso comincia per lui la sfida più difficile confrontarsi con il mercato con un prodotto che non è certo ne di facile approccio ne di facile lettura. Nonostante mille difficoltà e l’arrivo nel frattempo della crisi economica che ancora adesso incombe grazie al suo carattere ottimista e solare resiste anche ai momenti di scoramento quando avrebbe voglia di chiudere tutto e cambiare lavoro. Nino non è uno che cerca di convincerti della bontà dei suoi vini, al contrario si mette in discussione, ascolta, dibatte, nella convinzione che il suo è un lavoro dove bisogna ascoltare anche gli altri per affinare la propria sensibilità. I suoi vini gli assomigliano, nel carattere, solare, lineare ma anche nel modo come si presentano all’inizio mostrano il lato esuberante poi man mano che li bevi, che ti piacciano o no, non puoi fare a meno di pensare che sono vini che hanno anche profondità, spessore. Quattro i vini degustati insieme, spesso trovandoci in sintonia il primo a mio avviso il più interessante il

GRILLO 2008

un vino dove,  come negli altri, Nino usa solo lieviti indigeni non selezionati e che affina in acciaio dopo la macerazione sulle bucce. Di un bel paglierino carico anche al naso è solare, caldo, ricco di note saline e minerali, quasi idrocarburo, poi frutta secca, pasticceria da forno, camomilla. In bocca è spesso, ha un attacco dolce che non stucca grazie al nervo acido, si apre discretamente, forse un filo meno di quello che il naso anticipa, piacevolissimo il finale segnato dal dualismo dolce/sapido, dopo qualche minuto nel bicchiere cominciano a venire fuori le erbe aromatiche il timo in particolare mentre il frutto che prima timidamente stava nel fondo adesso conquista il naso con note quasi marmellatose, anche in bocca adesso la persistenza è decisamente aumentata così come la profondità. Ho lasciato il bicchiere da parte per riprovarlo dopo quasi un’ora e il Grillo di Nino era ancora lì e non aveva perso un colpo, anzi!

CATARRATTO 2008

dei quattro vini provati quello che ha fatto più discutere gli astanti, il Catarratto ’08 ha fatto al solito la macerazione sulle bucce per cinque giorni, ha svolto per intero la malolattica, paglierino carico con riflessi quasi ambrati, qualche leggera nota evolutiva al naso che comunque è molto ricco: agrumi canditi, tabacco toscano, noce moscata, muschio sono le prime sensazioni. Al palato si presenta con una discreta vena acida a mio avviso appena bastevole a sorreggere la struttura del vino, occupa bene il centro bocca scivolando bene sul palato, buona anche la persistenza finale che lascia un gradevole ricordo di frutta tropicale matura. Dopo una sosta di qualche minuto nel bicchiere arrivano anche note di mela bollita, albicocca in confettura ed erbe aromatiche. Vino interessante ma a mio avviso questo millesimo è troppo caldo e seppur ben interpreti i pregi dell’uva da cui nasce ne finisce per esaltarne anche i difetti.

ZIBIBBO 2009

Di un bel paglierino carico dai riflessi dorati lo Zibibbo 09 è un vino semplice e al tempo stesso piacevolissimo, che ricalca bene il vitigno di origine, alle note floreali si associano bene profumi salini, di pompelmo rosa, frutta a polpa gialla. Anche in bocca la dolcezza tipica del vitigno è tenuta su da una fresca e nervosa acidità, buona la persistenza al palato e lungo il finale segnato dal frutto dolce e maturo. Da bere a secchi.

MILOCCA (senza annata)

Il Milocca è un vino frutto del caso, in pratica si tratta di un Nero d’Avola appassito sulla pianta da una sciroccata tanto lunga tanto imprevista che si è abbattuta su uno dei vigneti di Nino. Alla fine lui ha deciso comunque di vinificare quel vigneto e visto che il risultato era soddisfacente lo ha pure imbottigliato e messo in commercio. Il Milocca è un vino dai profumi antichi che rimandano a tempi lontani. Di un bel rubino carico e riflessi granata al naso si dispiega bene passando dai profumi di olive appena pressate alla cioccolato e alla piccola frutta a bacca nera in confettura. Piano poi si allarga ad altri profumi che ne arricchiscono il profilo olfattivo, vengono fuori i fichi secchi al forno, le erbe aromatiche, tabacco da pipa. In bocca è dolce ma anche dotato di una notevole acidità che non lo rende stucchevole, i tannini sono fitti e non privi di una rustica eleganza, mentre nel finale di buona lunghezza oltre al frutto viene fuori anche una bella nota di pepe nero. Niente male per un vino nato per sbaglio e che Nino consiglia vivamente sull’anguria.

Dopo aver degustato un vino mi chiedo sempre se questo ha aggiunto qualcosa alla mia esperienza personale, sempre più spesso la risposta è negativa. Di un ennesimo vino, magari buono tecnicamente ben fatto, ma uguale a tanti altri non è che se ne senta proprio il bisogno. Ecco questo non è successo con nessuno dei vini di Nino Barraco.

Annunci

Informazioni su Massimo Lanza

Scrivo di Vino e Cibo
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

6 risposte a Ritratti: Nino Barraco

  1. Alessandro Marra ha detto:

    Condivido le idee che hai espresso con grande chiarezza nel primo paragrafo.
    Penso anch’io che il fare vino naturale piuttosto che biologico o biodinamico debba essere ragionevolmente considerato quale “valore aggiunto” rispetto alla qualità del prodotto che prescinde, invece, dal metodo di produzione.

  2. dmarone31 ha detto:

    Ho assaggiato per la prima volta i vini di Nino Barraco nel 2010 a Terre di Vite e concordo con te…a mia parere i suoi vini ti lasciano qualcosa di diverso, non la solita bevuta di un buon vino ma, un’emozione particolare quasi indescrivibile.

  3. giovanni scarfone ha detto:

    i vini di nino sono buoni perchè rispecchiano appieno la personalità di chi li fa.
    Nino è persona testarda, il giusto per permettergli di perseverare senza indugi sulla strada dell’identità territoriale, ma allo stesso tempo è persona aperta al confronto, a cui piace discutere sempre dei suoi vini e dei vini degli altri. un pregio non troppo comune tra i produttori…

  4. Nino Barraco ha detto:

    E’ emozionante leggere del tuo lavoro attraverso le parole di altre persone, soprattutto quando riescono a cogliere le idee e le motivazione che stanno dietro e dentro una bottiglia. Apprezzo maggiormente l’analisi in quanto proveniente da un siciliano che ha coscienza delle difficoltà di lavorare nella nostra terra, ma anche delle immense gioie che ci sa regalare. Quando vinifico ho in mente un vino che non abbia difetti, che rispecchi il vitigno, il territorio e in cui si riconosca la mano del produttore, strade che difficilmente ti conducono alla stessa meta.
    Infatti condivido la massima di un mio amico produttore, Walter Massa: “un grande vino è un equilibrio sopra la follia”.
    Grazie!

  5. Dan Lerner ha detto:

    Condivido le tue parole sulla ineludibilità di vini semplicemente buoni vs. l’idea di vini semplicemente naturali. Sempre di più del resto, nella crescita delle mie competenze e dei miei assaggi, trovo che i due insiemi vadano a sovrapporsi.

    In un vino cerco come te emozione, e la mia la trovo quando in esso si uniscono con armonia due caratteri: quello del vitigno e quello del produttore. Quando mi chiedono come deve essere un vino per piacermi, per essere buono, sono uso rispondere “se mentre lo bevi ti domandi chi possa averlo fatto, se sei curioso di conoscerne il produttore, e se poi questo corrisponde all’immagine ideale che te ne eri fatto, allora quel vino mi piace davvero, chiude un cerchio, è rotondo“.

    Questo è accaduto con Nino e con le sue bottiglie. In lui, conosciuto e diventato amico solamente dopo aver ben apprezzato i suoi vini, ho trovato carattere e caratteristiche che apprezzo e condivido: certezze, modestia, disponibilità, forza. Understatement e sicurezza delle proprie idee; Nino si esprime nei suoi vini, a mio parere, attraverso qualcosa che non molti sanno applicare: l’assenza, la politica del “levare”. Sempre meno mano, sempre più terra.

  6. Roberto Giuliani ha detto:

    Io invece non sono molto convinto, Massimo, a meno che non ti riferisci al giudizio che puoi dare sul piano puramente degustativo. Per me, oggi più che mai, è importante discutere sui vini naturali, bio o biodinamici, poiché la terra è un bene prezioso e come la si lavora determina anche la salute nostra e dei nostri figli. Questo vale per qualsiasi alimento. Se non tengo conto di come si arriva al risultato, vuol dire che non mi interessa cosa si fa per ottenerlo, quindi in teoria potrei apprezzare moltissimo un vino artefatto (o una birra).
    E poi “buono” è un fatto legato al nostro gusto, che è condizionabilissimo, un esempio tipico è la nutella che piace a moltissimi, sebbene in circolazione ci siano prodotti non industriali di gran lunga migliori (e in alcuni casi più sani) anche nel gusto, ma bisogna avere il palato educato a percepire la qualità.
    Per farti un esempio, mia figlia, cresciuta a prodotti industriali (non a caso adora il Mac), un giorno ha acquistato delle carote biologiche. Non è riuscita a mangiarle perché “sapevano troppo di carota”. Capisci cosa voglio dire?
    Allora il vino (come il cibo), non basta che sia buono (per noi), ma deve essere buono anche “dentro”, c’è già l’alcol che purtroppo non fa proprio bene, è fondamentale evitare che in quel liquido ci finiscano residui chimici ecc.
    Ripeto, ai fini di una valutazione asettica, ce ne si può anche fregare, ma oggi non ne vedo più l’utilità. o almeno a me non basta più.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...